Prof. Ricciardi La rubrica del Prof.
Febbraio 2026 Editoriale storico

Pensiero e scienza medica a confronto

Metodo, coerenza e unità del vivente tra fisica, biologia e filosofia della scienza

Abstract

Una riflessione del Prof. Pasquale Maurizio Ricciardi sul rapporto tra fisica, biologia e medicina, sulla necessità di superare le separazioni tra discipline e culture e sul valore del metodo scientifico come esercizio di dubbio, rigore e apertura verso ciò che ancora non conosciamo. Un testo storico che interroga il rapporto tra materia vivente, coerenza, auto-organizzazione e responsabilità della ricerca.

Pensiero e scienza medica a confronto

I grandi progressi della biologia e della chimica si sono integrati solo in parte con l’analogo sviluppo della fisica e, in particolare, della fisica quantistica.

Negli ultimi decenni del Novecento, anche grazie al contributo teorico di Giuliano Preparata, si è sviluppato un nuovo punto di vista sulla materia condensata fondato sull’uso sistematico dell’elettrodinamica quantistica coerente.

La presenza di meccanismi coerenti alla base di numerosi fenomeni biologici appare, secondo questa prospettiva, difficile da ignorare. Il mondo vivente non può essere compreso soltanto come il risultato del caso o come una semplice somma di reazioni chimiche indipendenti.

Occorre interrogarsi sull’esistenza di processi di auto-organizzazione capaci di operare a diversi livelli, come già indicato negli studi sui sistemi complessi e sulle strutture dissipative.

La materia vivente conserva le leggi della materia fisica, ma manifesta un grado di organizzazione che apre domande ulteriori.

Non si tratta di negare ciò che la scienza ha acquisito. Si tratta di riconoscere che ciò che sappiamo non esaurisce ciò che ancora dobbiamo comprendere.

Oltre la separazione tra discipline

La medicina moderna ha costruito gran parte della propria forza attraverso la specializzazione.

La specializzazione ha permesso di approfondire organi, apparati, molecole, processi e meccanismi con una precisione impensabile nel passato.

Ma ogni conquista porta con sé un rischio.

Quando le discipline cessano di comunicare, la conoscenza può frammentarsi. Il corpo viene diviso in parti, la biologia separata dalla fisica, la funzione dalla struttura, la persona dall’ambiente.

La complessità del vivente richiede invece un pensiero capace di mettere in relazione livelli diversi.

Chimica e fisica non sono due realtà estranee. Materia ed energia non appartengono a mondi separati.

Il sistema biologico non è isolato dall’ambiente, ma vive in un continuo scambio di materia, energia e informazione.

La sfida non consiste quindi nel sostituire una disciplina con un’altra. Consiste nel costruire ponti.

L’unità del tutto

Nel confronto tra pensiero occidentale e filosofie orientali emerge un tema ricorrente: l’unità.

Lo Yogi Ramacharaka, riflettendo sulle affinità e sulle differenze tra il pensiero orientale e il monismo scientifico occidentale, richiamava l’attenzione sull’idea dell’«Unità del Tutto».

Questa tensione verso l’unità non appartiene esclusivamente alla filosofia o alla spiritualità.

Ha attraversato anche la fisica del Novecento, impegnata nella ricerca di una teoria capace di comprendere in un quadro comune le grandi forze della natura.

Il confronto tra Oriente e Occidente non dovrebbe essere affrontato come una competizione tra sistemi incompatibili.

Può diventare, piuttosto, un’occasione per interrogare le diverse forme con cui l’essere umano ha tentato di comprendere la natura, la materia e la vita.

Non tutto ciò che appartiene alla tradizione può essere assunto come verità scientifica. Ma neppure può essere rifiutato senza esame soltanto perché nasce in un linguaggio differente.

La ricerca comincia quando si rinuncia al pregiudizio e si accetta di osservare.

Uccidere il senso di separazione

Il senso di separazione costituisce una delle grandi illusioni dell’uomo.

Credersi costituiti da una sostanza diversa dagli altri, pensarsi completamente autonomi dall’ambiente o ritenere il proprio sapere superiore e conclusivo sono forme diverse dello stesso errore.

Ogni organismo è distinto, ma non separato.

Ogni individuo possiede una propria storia, una propria responsabilità e un proprio cammino, ma vive all’interno di relazioni continue con gli altri e con il mondo.

Anche la ricerca scientifica oscilla tra due tendenze: la necessità di autonomia e il bisogno di appartenenza; la libertà di esplorare e il desiderio di essere riconosciuti da una comunità; l’apertura verso ciò che non si conosce e la difesa di ciò che è già stato acquisito.

La scienza cresce quando riesce a mantenere in equilibrio queste forze.

Quando, invece, l’appartenenza diventa dogma, il sapere rischia di trasformarsi in autorità.

La scienza e ciò che ancora non sappiamo

L’espressione «scienza ufficiale» contiene una contraddizione.

La scienza dovrebbe occuparsi soprattutto di ciò che non è ancora conosciuto.

L’ufficialità riguarda le norme, le procedure, le applicazioni consolidate e le responsabilità istituzionali. La ricerca, invece, deve restare aperta.

Il vivente è governato dalle leggi fisiche valide anche per la materia inanimata, ma il suo grado di organizzazione pone questioni sulle quali la conoscenza rimane incompleta.

È proprio nei territori in cui sappiamo meno che dovremmo ricercare di più.

Claude Bernard ricordava che ciò che sappiamo può diventare il principale ostacolo all’acquisizione di ciò che ancora non conosciamo.

Questa affermazione non invita a rifiutare la conoscenza. Invita a non trasformarla in una barriera.

Il vero spirito scientifico non consiste nel difendere una convinzione. Consiste nel conservarla soltanto fino a quando l’osservazione e il metodo continuano a sostenerla.

Il sapere di non sapere

Il principio socratico del «sapere di non sapere» non è un segno di debolezza. È una condizione della ricerca.

Chi ritiene di possedere già la verità non ha più bisogno di osservare.

Chi riconosce i limiti del proprio sapere può invece interrogare i fenomeni con curiosità, rigore e libertà.

L’ignoto non deve essere affrontato con umiliazione o paura. Deve essere studiato.

La fisica quantistica, la biologia e la medicina non possono essere separate da confini ideologici.

Neppure si può utilizzare la parola «quantistico» come spiegazione automatica di qualunque fenomeno.

Il compito è più difficile: costruire modelli, formulare ipotesi, verificare, misurare e accettare anche la possibilità dell’errore.

Metodo, ipotesi e convinzioni

Il metodo scientifico è importante almeno quanto i risultati della ricerca.

Un risultato isolato può essere frainteso. Un’ipotesi può essere trasformata troppo rapidamente in una convinzione. Un’intuizione affascinante può diventare un dogma se non viene sottoposta a verifica.

La prudenza non è nemica del progresso. È ciò che permette al progresso di non confondersi con l’entusiasmo, con l’ideologia o con il bisogno di avere ragione.

Lo spirito scientifico richiede una diffidenza continua verso gli errori del pensiero.

Non si tratta di diffidare della ricerca. Si tratta di diffidare della nostra tendenza a riconoscere come vero ciò che conferma le nostre aspettative.

La scienza non dovrebbe offrire convinzioni da venerare. Dovrebbe fornire strumenti per comprendere.

Etica e responsabilità della ricerca

Il contesto competitivo della ricerca può spingere ad affermare troppo e troppo presto.

La necessità di produrre risultati, ottenere riconoscimenti o difendere una posizione può indebolire il tempo della verifica.

Per questo il problema della metodologia non può essere separato da quello dell’etica.

L’etica scientifica non coincide soltanto con il controllo esercitato dai comitati preposti.

È anche formazione. È educazione al dubbio. È capacità di distinguere tra osservazione, ipotesi, dimostrazione e interpretazione.

È responsabilità verso chi utilizzerà i risultati della ricerca e verso chi affiderà a quei risultati la propria salute.

Una medicina capace di integrare

La medicina del futuro non potrà rinunciare ai risultati della biologia, della chimica e della farmacologia.

Ma dovrà imparare a dialogare più profondamente con la fisica, con lo studio dei sistemi complessi e con le dinamiche dell’informazione biologica.

Questo dialogo non deve produrre nuove contrapposizioni.

Non si tratta di opporre medicina convenzionale e medicina non convenzionale, Occidente e Oriente, materia ed energia.

Si tratta di osservare il vivente senza ridurlo.

Un organismo non è soltanto un insieme di molecole. È un sistema organizzato, aperto, dinamico e in relazione.

Comprenderlo richiede conoscenze specialistiche, ma anche una visione capace di ritrovare l’insieme.

Conclusioni

La scienza si rafforza quando riconosce i propri limiti.

Il pensiero si libera quando non difende dogmi.

La medicina cresce quando riesce a mettere in relazione ciò che aveva separato.

Fisica, biologia, chimica, ambiente, informazione e organizzazione non sono frammenti indipendenti. Sono livelli differenti di una stessa realtà vivente.

La ricerca deve procedere con rigore, ma senza paura dell’ignoto.

Deve osservare ciò che accade, distinguere i fatti dalle interpretazioni e conservare quella curiosità che permette alla conoscenza di restare viva.

Non cercare conferme. Cercare comprensione.

Non difendere un sapere già concluso. Imparare a ragionare.

Bibliografia essenziale

- AA.VV., The Role of Quantum Electrodynamics (QED) in Medicine, Rivista di Biologia/Biology Forum, 2000.

- Giuliano Preparata, QED Coherence in Matter, World Scientific, 1995.

- Mario Ladu, Lezioni di Fisica, Monduzzi Editore, 1984.

- Federico Di Trocchio, Le bugie della scienza, Mondadori, 1999.

- P.M. Ricciardi, Biocibernetica dell’informazione, Guna, 1996.

- P.M. Ricciardi, Biocibernetica dello stress, Guna, 1994.

- P.M. Ricciardi, Sport, stress e training autogeno, Cortina, 1992.

Nota editoriale
Testo tratto dal Giornale di Medicina Biofisica del novembre 2007 e riorganizzato nella forma per migliorarne la leggibilità, mantenendo invariato il pensiero originario.